Pubblicato in: Esperienze, Riflessioni

Aperto come una ferita

«Devi essere aperto
come una ferita
perché il vero nome delle cose
è nascosto
sotto il primo, il secondo
e il terzo strato delle parole
o ancora più in fondo».

Kajetan Kovič

o-469926

Fragile: un’etichetta che potremmo applicare a molti dei nostri utenti, ragazzi, amici, anche a noi stessi. Quotidianamente ci confrontiamo col dolore, la sofferenza, i limiti di chi incontriamo, qualsiasi lavoro svolgiamo in ambito educativo. Dietro ogni persona si nascondono diverse ferite, soprattutto in quelle che sembrano più forti, quasi indistruttibili: ogni barriera nasconde una paura, qualcosa da proteggere, da difendere dal resto del mondo e forse anche da se stessi. Se si lavora con le persone, si lavora con la fragilità: è un dato di fatto. Il dolore fa parte dell’esperienza umana, una consapevolezza che tuttavia non lo rende in nessun modo più facile da affrontare e da gestire.

“La fragilità è la caratteristica della condizione umana di avere desideri che non si realizzano, di porsi domande cui non si danno risposte. Non siamo deboli ma fragili e fragile vuol dire aver bisogno dell’altro. Si differenzia dal potente che invece ha bisogno dell’altro per sottometterlo. Il fragile ha bisogno dell’altro perché la sua fragilità, unita a quella dell’altro, dona forza per vivere. Ecco l’umanesimo della fragilità: guai al superbo che pensa di potere tutto. L’educazione deve inserirsi all’interno dell’umanesimo della fragilità. La fragilità capovolge la visione del mondo.”

Vittorino Andreoli

Ci viene insegnato in università – e ribadito duramente nell’esperienza quotidiana – che nessuno di noi è invincibile, men che meno onnipotente. Tuttavia un conto è saperlo, un altro è sperimentarlo sulla propria pelle.

Se non li possiamo salvare tutti, possiamo almeno salvare noi stessi?

Perchè anche l’educatore è fragile. Nasconde delle ferite, alcune più aperte di altre. Cosa possiamo fare quando il nostro dolore viene sollecitato prepotentemente da quello altrui? O quando il fallimento di un progetto, di mesi, anni di lavoro, si incontra con i nostri limiti…personali tanto quanto professionali?
Non si tratta solo di “bournout”: si arriva a quel punto proprio in quanto si è ignorata la questione strada facendo e ormai si è varcata quella soglia oltre la quale si punta solo alla sopravvivenza, si perde ogni motivazione e non si è più in grado di cogliere la bellezza e il senso di quanto si fa e di ciò che si è. Quando ormai la distanza educativa si è trasformata in freddezza relazionale.

Se sapremo stare nel dolore, se sapremo interrogarlo e guardarlo in faccia, se avremo la forza di non retrocedere, se saremo curiosi di comprendere, allora riusciremo in qualche modo a ritessere la trama della nostra storia e a mutare il nostro sguardo. Il dolore ci disvelerà cose nuove, di noi stessi e dei nostri legami affettivi.”

A. Salvo, I dolori che ci cambiano. Quando soffrire aiuta a crescere, Mondadori, Milano 2012, 5.

Questo è un processo che anche l’educatore deve affrontare per se stesso e poi per l’altro: siamo chiamati ad essere guaritori feriti, per citare H.J.M. Nouwen, coloro che devono curare le ferite proprie ma che devono essere preparati, nello stesso tempo, a guarire le ferite altrui. Non è semplice e non c’è esame che lo possa insegnare, ma si inizia dal trovare dentro di sé la forza per non nascondere le proprie fragilità, per essere aperti come una ferita. Solo così inizia il viaggio che porta a trovare nuovi significati dentro al dolore, alle incertezze e ai limiti. Come afferma V. Andreoli, psichiatra e scrittore, “un buon educatore deve essere fragile, avere la percezione dei propri limiti, deve sentire particolarmente il piacere di stare in contatto con le nuove generazioni, per insegnare e per imparare. La fragilità è la forza della relazione.

Vi è stato detto
che, come una catena, siete fragili
quanto il vostro anello più debole.
Questa è soltanto mezza verità.
Siete anche forti
come il vostro anello più saldo.
Misurarvi dall’azione più modesta
sarebbe come misurare la potenza dell’oceano
dalla fragilità della schiuma.
Giudicarvi dai vostri fallimenti
è come accusare le stagioni
per la loro incostanza.
E voi siete come le stagioni,
e anche se durante il vostro inverno
negate la vostra primavera,
la primavera, che in voi riposa,
sorride nel sonno e non si offende.

Kahlil Gibran

Da “Il Profeta”
Nella raccolta “Parole sussurrate”

Pubblicato in: Approfondimenti

L’educabilitá dell’educatore

Durante il tirocinio ti senti dire che si educa con tutto ciò che si ha, ma soprattutto con tutto ciò che si è.

Sul campo ti scontri con le routine quotidiane che si alternano alle emergenze, perché, nonostante la ricerca e la costruzione ostinata di un equilibrio, c’è sempre qualche urgenza, qualche crisi, qualche evento che nel bene e nel male ribalta tutto e costringe tutti a cambiare.

C’è chi cresce e chi fa tre passi indietro, chi semplicemente intraprende una strada diversa e se ne va, chi rimane fermo costretto a letto. La vita ti porta a ridefinire te stesso, così spesso che a volte c’è il rischio di perdersi. Tuttavia, c’è anche l’altra faccia della medaglia, quella che si insinua sotto le soglie della tua porta. Non te ne accorgi e spesso tra una corsa e l’altra, tra la fatica e la stanchezza, nei giorni trascorsi ad educare gli altri, ti dimentichi ogni tanto di riproporti la domanda più importante: Chi sei? Chi sei tu educatore? Cosa c’è nel tuo cuore? Cosa da senso e significato alla tua vita? Cosa porti dentro di te?

Perché nello spendersi per gli altri spesso ci si ritrova di fronte alla propria povertà, con tutto ciò che significa. L’educabilitá dell’uomo riguarda anche noi, sempre pronti a mettere tutto in gioco, ma a volte dimenticando di assaporare il gusto di riscoprsirsi, di reinventarsi, di rinnamorarsi di se stessi innalzandosi sempre di più come uomini, come persone che sono in grado di camminare e sostare lungo le profondità, verso l’alto e verso il basso, dell’umanità.

L’umiltà non si identifica con la mortificazione, il dono di sé non implica necessariamente la rinuncia di ciò che si è e la passione educativa va custodita e alimentata anche con altri fuochi: le speranze, i sogni, le attese, i libri letti, le serie tv preferite, le risate con gli amici, i viaggi, il riposo, i concerti, lo sport, le giornate trascorse in famiglia, gli hobby, il volontariato, le persone di cui sei innamorato, la vita.

Sicuramente la formazione continua è fondamentale per crescere professionalmente, così come trovare momenti di riflessione sul proprio operato, stile, linguaggi o costruire spazi di confronto con i colleghi. Ciò nonostante non basta. È tutto necessario, ma non sufficiente: occorre anche pensarsi al di fuori del lavoro, coltivando dentro di noi tutto ciò che ci rende noi stessi. Ciò non è sano solo per noi, ma è fondamentale per il nostro lavoro.

Non possiamo dare ciò che non abbiamo. Non possiamo dire ciò che non siamo.

Se l’educazione “è cosa di cuore”, è importante non dimenticare di abitarlo con gioia sentendoci a casa, solo così potremo aprirlo agli altri.

Educare è un atto di speranza in un futuro migliore, di fiducia nelle persone da educare e nella capacità degli educatori di rinnovarsi, di amore verso noi stessi e gli altri. San Giovanni Bosco diceva: <<Educare è cosa di cuore>>. Solo chi ama educa davvero, e, per educare se stesso, l’educatore deve volersi bene, il che vuol dire coltivare dentro di sé tutto ciò che lo innalza come uomo.

Siamo tutti educabili: Migliorare noi stessi e il mondo che ci circonda.

Salvatore Porcelluzzi

Pubblicato in: Approfondimenti

Dal diario di un bimbo sperduto

Wendy: I bambini sperduti chi sono?
Peter: Sono bambini caduti dalle carrozzine quando le tate non guardavano! Se non vengono reclamati entro 7 giorni, vengono spediti all’Isola Che Non C’è…

“Quanta rabbia nella consapevolezza di non essere stato reclamato in tempo? Avreste potuto prestare più attenzione..raccogliermi da terra..almeno reagire al mio pianto lontano. Tentare..
Quanto dolore per la scelta di abbandonare, per la seconda volta, rotolare via da casa, nella speranza che allontanarsi possa riavvicinare, che lacerare dei legami possa ricucirne altri.
Quanta disperazione e senso di colpa nell’ave
re amato qualcun altro all’infuori di voi.

Quanta solitudine dietro il via vai di voci dentro e fuori di me: un mucchio di promesse non mantenute è tutto ciò che mi rimane, insieme all’incapacitá di fidarmi.. di te e di me.
Quanta paura, nel ritrovarmi qui, sull’isola che non c’è. Senza di te, mamma.
Lo sai che, ogni notte, mi addormento chiedendomi se papà abbia pensato a me, quando è morto prima di tornare in carcere?
E il tempo trascorre mentre cerco i miei ricordi felici, chissà dove li ho nascosti… Li ho perduti quando mi sono accorto che in nessuno c’eravate voi.”

Dal diario di un bimbo sperduto

Di bimbi sperduti ne esistono ancora, purtroppo..dentro e fuori le nostre comunità.
Chissà cosa scriverebbero se sapessero nominare ciò che sentono muoversi dentro di loro.

bimbi

Pubblicato in: Adolescenti, Scuola

Educare gli adolescenti

teen.jpgNel nostro lavoro è importante ritagliarsi degli spazi per continuare a formarsi. Il tram tram quotidiano, infatti, ci fa ristagnare, non ci permette di cambiare sguardo e quindi di adottare un approccio diverso. Allora allontanare i nostri occhi per un attimo da ciò che viviamo e sperimentiamo ogni giorno può aiutarci ad arricchirci di nuovi significati, a non dare mai nulla per scontato, a continuare a crescere e migliorare, ad uscire fuori da sé stessi ed incontrare veramente gli altri. Il tempo però è sempre tiranno e sono pochi tra noi quelli che possono permettersi di partecipare ad incontri, corsi o conferenze e chi più ne ha più ne metta.

Vi propongo però, se avete la possibilità di ritagliarvi un paio d’ore (ma ne vale la pena credetemi), di ascoltare questa interessante conferenza sull’educazione e gli adolescenti, tenuta a Torino qualche anno fa da Alessandro D’Avenia, un professore, scrittore e sceneggiatore palermitano che insegna Lettere al Collegio San Carlo di Milano, autore del famoso romanzo  “Bianca come il latte, rossa come il sangue”.

Qui di seguito vi ho trascritto alcuni brevi stralci:

“Si educa quando i ragazzi vedono nei nostri cuori gli amori che noi abbiamo. Gli insegnanti dovrebbero portare in classe i loro amori non i loro umori: i primi cambiano la vita ai ragazzi, i secondi la rovinano.

[..] Avere 16 anni 17 anni è fondamentalmente porre una grande domanda agli adulti che popolano il mondo: “tu ci sei o ci fai? Perché siccome devo trovare gli ingredienti per giocarmela questa vita devo capire se tu sei uno che vale la pena ascoltare oppure no”. E i ragazzi questo lo sanno fare in una maniera straordinaria. Noi diciamo che loro sono dei “provocatori”, mai parola è stata più vera, perché provocare vuol dire chiamare una persona a difendersi, a difendere la propria identità. Se io non so spiegare perché ho dedicato la mia vita al latino, come faccio a insegnare latino? Se io non so spiegare perchè Dante ha cambiato la mia vita, come faccio a insegnare Dante? Se la scrittura non cambia la mia vita, come faccio a insegnare a scrivere?
Allora credo che l’importante sia questo: io mi sto mettendo in gioco in prima persona?
Perché a parole non si educa, non servono le parole. Puoi dire una cosa un milione di volte, non funziona. Basta però un pianto di un insegnante a far cambiare la vita di un ragazzino di 9 anni.

[..] La vita si incarica attraverso i suoi testimoni più veri, più grandi, di farti questa trasfusione di sangue, perché tu capisci che la tua vita è forte, è grande, è bella perché voluta. È questo sguardo che dovremmo provare a trasmettere ragazzi e che a volte invece non riusciamo a trasmettere.

Dobbiamo dire ai ragazzi che sono belli, perché è la verità. Non perché facciamo un gioco delle parti, ma perché la loro vita è dentro di loro grande, libera, bella. Perché non gliela abbiamo data noi, per fortuna, a noi è affidata. A noi insegnanti i ragazzi sono affidati e quando loro percepiscono questo sguardo, questo li libera.
Allora educare mi sembra che abbia una chiave di volta, possa funzionare quando li portiamo sulla soglia della Libertà.
Libertà è decidere per cosa giocarsi la vita e bisogna portare questi ragazzi a questa soglia qui. La noia è il loro più grande alleato, perché quando si annoiano scoprono che la loro vita è vuota, c’è una libertà che non viene messa in gioco. Allora è importante che noi portiamo in casa, in classe, le differenze. Perché il massacro culturale che sta avvenendo in questo momento è che in una società relativista non ci sono più differenze tra le cose. La mancanza di differenza genera indifferenti.
Se loro impegnano la libertà capiscono come uscire dalla monotonia di una vita piena di cose, ma vuota di essere e identità. Allora si passa alla seconda fase, che è quella di costituire dentro di sé, in quella intimità che si sta formando nell’età fatta per questo, il centro di gravità che è la forza di ognuno di noi, che si scopre proprio durante l’adolescenza. Che età fantastica! Invece oggi sembra che la vogliamo rendere adulta subito questa adolescenza. Gli adolescenti devono fare gli adolescenti e devono vivere l’adolescenza alla grande, facendo gli adolescenti”

 

Pubblicato in: Attualità, Riflessioni

Possibilità in crisi

crisi

Crisi economica, emergenza educativa, crisi sociale, perdita dei valori, delle tradizioni..disoccupazione..ovunque ci giriamo, dovunque posiamo il nostro sguardo il rimando che abbiamo sembra essere quello di una realtà irrimediabilmente compromessa, senza prospettive positive, per lo meno non a breve termine. Nemmeno i servizi alla persona sono stati risparmiati: il taglio dei contributi, il non invio degli utenti nel servizio da parte del Comune, la riduzione del personale, il turnover degli operatori che provoca una forte discontinuità educativa, la difficoltà di reperimento delle risorse, sono tutte espressioni concrete di questo malessere. Ogni ente che opera nel sociale deve fare i conti con tutti questi aspetti ogni giorno, scuola compresa.

Tuttavia, abbiamo una scelta da fare. Possiamo continuare a lamentarci, a dibatterci, a inveire o possiamo tentare di cambiare prospettiva: la crisi infatti può rappresentare una possibilità.

Gli orientali ci possono insegnare qualcosa a questo proposito: è interessante sapere che negli ideogrammi cinesi, quello che indica il termine crisi è lo stesso che viene usato per i concetti di opportunità e sfida.

La parola “crisi” deriva dal greco κρινω che racchiude al suo interno una molteplicità di significati:

  • Distinguere il bene dal male, il vero dal falso
  • Discernere
  • Prendere una decisione
  • Giudicare (espressione di una decisione)

Il giudizio indica sempre un rapporto tra bene e male, tra positivo e negativo.

La crisi implica sfide, difficoltà, ma anche possibilità di progresso. Può implicare qualcosa di nuovo. Occorre tuttavia una capacità di pensare in maniera alternativa, laterale. Operazione per nulla semplice, sopratutto quando prevale la tentazione di abbandonarsi alla routine quotidiana. Eppure, accanto al rischio concreto e tangibile di perdita, ci può essere anche un’occasione di realizzazione.

La crisi, infatti, ti mette a confronto con qualcosa che non si può più ignorare, di fronte al quale occorre prendere inevitabilmente posizione. Al termine crisi si accompagna il significato di scelta, di cambiamento e trasformazione.

Il problema, la vera difficoltà è che questo cambiamento non ci riguarda solo dal punto di vista professionale o sociale. No, ci interpella e ci mette in gioco personalmente. Siamo chiamati a sostenere persone che attraversano periodi di crisi, quando anche noi educatori siamo in un periodo di crisi generale. Questo porta con se dolore, difficoltà, disorientamento e paura.

Nel corso della storia, l’educazione ha dovuto dimostrare il valore di vivere il disagio e di affrontarlo per crescere e ancora una volta, oggi, siamo chiamati a sostenere questa fatica. La crisi ‘mette a nudo’, riduce, seleziona e questo ci costringe, volenti o nolenti, a liberarci del superficiale, perché di fatto non ce lo possiamo più permettere.

Siamo impoveriti, ci sentiamo in standby, che è la realtà che più consuma l’uomo. Ma il compito dell’educazione non è forse quello di aiutare le persone a darsi degli obiettivi, degli scopi da raggiungere? Non siamo forse chiamati ad agire per dare speranza? L’educazione, infatti, non è lo strumento principe del cambiamento?

La crisi ci affatica, ci stanca, ci disorienta: lo fa davvero. Ciò che dobbiamo trovare il Hopecoraggio e il gusto di fare è di eliminare la fatica ‘inutile’ e affermare invece il valore della fatica ‘sana’. Abbiamo bisogno di un’educazione alla tolleranza della frustrazione: prima di tutto per noi educatori. Questo non vuol dire giustificarla, ma imparare a ‘guardarla negli occhi’ e starle accanto.

L’educazione è sempre speranza nel futuro. Speranza di costruire e scoprire nuove cose, prendersi delle responsabilità per costruire un mondo migliore. Bisogna però esercitare la propria responsabilità senza la pretesa di controllare tutto.

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.  La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura.
E’ nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e da più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza.
L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d’uscita.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.
Senza crisi non c’è merito. É nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro.
Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.

Albert Einstein, 1931