Muri o scale?

Non vi ricorda il nostro lavoro?

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Insegnare ed educare gli adolescenti

Nel nostro lavoro è importante ritagliarsi degli spazi per continuare a formarsi. Il tram tram quotidiano, infatti, ci fa ristagnare, non ci permette di cambiare sguardo e quindi di adottare un approccio diverso. Allora allontanare i nostri occhi per un attimo da ciò che viviamo e sperimentiamo ogni giorno può aiutarci ad arricchirci di nuovi significati, a non dare mai nulla per scontato, a continuare a crescere e migliorare, ad uscire fuori da sé stessi ed incontrare veramente gli altri. Il tempo però è sempre tiranno e sono pochi tra noi quelli che possono permettersi di partecipare ad incontri, corsi o conferenze e chi più ne ha più ne metta.

Vi propongo però, se avete la possibilità di ritagliarvi un paio d’ore (ma ne vale la pena credetemi), di ascoltare questa interessante conferenza sull’educazione e gli adolescenti, tenuta a Torino qualche anno fa da Alessandro D’Avenia, un professore, scrittore e sceneggiatore palermitano che insegna Lettere al Collegio San Carlo di Milano, autore del famoso romanzo  “Bianca come il latte, rossa come il sangue”.

Qui di seguito vi ho trascritto alcuni brevi stralci:

“Si educa quando i ragazzi vedono nei nostri cuori gli amori che noi abbiamo. Gli insegnanti dovrebbero portare in classe i loro amori non i loro umori: i primi cambiano la vita ai ragazzi, i secondi la rovinano.

[..] Avere 16 anni 17 anni è fondamentalmente porre una grande domanda agli adulti che popolano il mondo: “tu ci sei o ci fai? Perché siccome devo trovare gli ingredienti per giocarmela questa vita devo capire se tu sei uno che vale la pena ascoltare oppure no”. E i ragazzi questo lo sanno fare in una maniera straordinaria. Noi diciamo che loro sono dei “provocatori”, mai parola è stata più vera, perché provocare vuol dire chiamare una persona a difendersi, a difendere la propria identità. Se io non so spiegare perché ho dedicato la mia vita al latino, come faccio a insegnare latino? Se io non so spiegare perchè Dante ha cambiato la mia vita, come faccio a insegnare Dante? Se la scrittura non cambia la mia vita, come faccio a insegnare a scrivere?
Allora credo che l’importante sia questo: io mi sto mettendo in gioco in prima persona?
Perché a parole non si educa, non servono le parole. Puoi dire una cosa un milione di volte, non funziona. Basta però un pianto di un insegnante a far cambiare la vita di un ragazzino di 9 anni.

[..] La vita si incarica attraverso i suoi testimoni più veri, più grandi, di farti questa trasfusione di sangue, perché tu capisci che la tua vita è forte, è grande, è bella perché voluta. È questo sguardo che dovremmo provare a trasmettere ragazzi e che a volte invece non riusciamo a trasmettere.

Dobbiamo dire ai ragazzi che sono belli, perché è la verità. Non perché facciamo un gioco delle parti, ma perché la loro vita è dentro di loro grande, libera, bella. Perché non gliela abbiamo data noi, per fortuna, a noi è affidata. A noi insegnanti i ragazzi sono affidati e quando loro percepiscono questo sguardo, questo li libera.
Allora educare mi sembra che abbia una chiave di volta, possa funzionare quando li portiamo sulla soglia della Libertà.
Libertà è decidere per cosa giocarsi la vita e bisogna portare questi ragazzi a questa soglia qui. La noia è il loro più grande alleato, perché quando si annoiano scoprono che la loro vita è vuota, c’è una libertà che non viene messa in gioco. Allora è importante che noi portiamo in casa, in classe, le differenze. Perché il massacro culturale che sta avvenendo in questo momento è che in una società relativista non ci sono più differenze tra le cose. La mancanza di differenza genera indifferenti.
Se loro impegnano la libertà capiscono come uscire dalla monotonia di una vita piena di cose, ma vuota di essere e identità. Allora si passa alla seconda fase, che è quella di costituire dentro di sé, in quella intimità che si sta formando nell’età fatta per questo, il centro di gravità che è la forza di ognuno di noi, che si scopre proprio durante l’adolescenza. Che età fantastica! Invece oggi sembra che la vogliamo rendere adulta subito questa adolescenza. Gli adolescenti devono fare gli adolescenti e devono vivere l’adolescenza alla grande, facendo gli adolescenti”

 

Possibilità in crisi

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Crisi economica, emergenza educativa, crisi sociale, perdita dei valori, delle tradizioni..disoccupazione..ovunque ci giriamo, dovunque posiamo il nostro sguardo il rimando che abbiamo sembra essere quello di una realtà irrimediabilmente compromessa, senza prospettive positive, per lo meno non a breve termine. Nemmeno i servizi alla persona sono stati risparmiati: il taglio dei contributi, il non invio degli utenti nel servizio da parte del Comune, la riduzione del personale, il turnover degli operatori che provoca una forte discontinuità educativa, la difficoltà di reperimento delle risorse, sono tutte espressioni concrete di questo malessere. Ogni ente che opera nel sociale deve fare i conti con tutti questi aspetti ogni giorno, scuola compresa.

Tuttavia, abbiamo una scelta da fare. Possiamo continuare a lamentarci, a dibatterci, a inveire o possiamo tentare di cambiare prospettiva: la crisi infatti può rappresentare una possibilità.

Gli orientali ci possono insegnare qualcosa a questo proposito: è interessante sapere che negli ideogrammi cinesi, quello che indica il termine crisi è lo stesso che viene usato per i concetti di opportunità e sfida.

La parola “crisi” deriva dal greco κρινω che racchiude al suo interno una molteplicità di significati:

  • Distinguere il bene dal male, il vero dal falso
  • Discernere
  • Prendere una decisione
  • Giudicare (espressione di una decisione)

Il giudizio indica sempre un rapporto tra bene e male, tra positivo e negativo.

La crisi implica sfide, difficoltà, ma anche possibilità di progresso. Può implicare qualcosa di nuovo. Occorre tuttavia una capacità di pensare in maniera alternativa, laterale. Operazione per nulla semplice, sopratutto quando prevale la tentazione di abbandonarsi alla routine quotidiana. Eppure, accanto al rischio concreto e tangibile di perdita, ci può essere anche un’occasione di realizzazione.

La crisi, infatti, ti mette a confronto con qualcosa che non si può più ignorare, di fronte al quale occorre prendere inevitabilmente posizione. Al termine crisi si accompagna il significato di scelta, di cambiamento e trasformazione.

Il problema, la vera difficoltà è che questo cambiamento non ci riguarda solo dal punto di vista professionale o sociale. No, ci interpella e ci mette in gioco personalmente. Siamo chiamati a sostenere persone che attraversano periodi di crisi, quando anche noi educatori siamo in un periodo di crisi generale. Questo porta con se dolore, difficoltà, disorientamento e paura.

Nel corso della storia, l’educazione ha dovuto dimostrare il valore di vivere il disagio e di affrontarlo per crescere e ancora una volta, oggi, siamo chiamati a sostenere questa fatica. La crisi ‘mette a nudo’, riduce, seleziona e questo ci costringe, volenti o nolenti, a liberarci del superficiale, perché di fatto non ce lo possiamo più permettere.

Siamo impoveriti, ci sentiamo in standby, che è la realtà che più consuma l’uomo. Ma il compito dell’educazione non è forse quello di aiutare le persone a darsi degli obiettivi, degli scopi da raggiungere? Non siamo forse chiamati ad agire per dare speranza? L’educazione, infatti, non è lo strumento principe del cambiamento?

La crisi ci affatica, ci stanca, ci disorienta: lo fa davvero. Ciò che dobbiamo trovare il Hopecoraggio e il gusto di fare è di eliminare la fatica ‘inutile’ e affermare invece il valore della fatica ‘sana’. Abbiamo bisogno di un’educazione alla tolleranza della frustrazione: prima di tutto per noi educatori. Questo non vuol dire giustificarla, ma imparare a ‘guardarla negli occhi’ e starle accanto.

L’educazione è sempre speranza nel futuro. Speranza di costruire e scoprire nuove cose, prendersi delle responsabilità per costruire un mondo migliore. Bisogna però esercitare la propria responsabilità senza la pretesa di controllare tutto.

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.  La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura.
E’ nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e da più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza.
L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d’uscita.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.
Senza crisi non c’è merito. É nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro.
Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.

Albert Einstein, 1931