Dal diario di un bimbo sperduto

Wendy: I bambini sperduti chi sono?
Peter: Sono bambini caduti dalle carrozzine quando le tate non guardavano! Se non vengono reclamati entro 7 giorni, vengono spediti all’Isola Che Non C’è…

“Quanta rabbia nella consapevolezza di non essere stato reclamato in tempo? Avreste potuto prestare più attenzione..raccogliermi da terra..almeno reagire al mio pianto lontano. Tentare..
Quanto dolore per la scelta di abbandonare, per la seconda volta, rotolare via da casa, nella speranza che allontanarsi possa riavvicinare, che lacerare dei legami possa ricucirne altri.
Quanta disperazione e senso di colpa nell’ave
re amato qualcun altro all’infuori di voi.

Quanta solitudine dietro il via vai di voci dentro e fuori di me: un mucchio di promesse non mantenute è tutto ciò che mi rimane insieme all’incapacitá di fidarmi.. di te e di me.
Quanta paura, nel ritrovarmi qui, sull’isola che non c’è. Senza di te, mamma.
Lo sai che, ogni notte, mi addormento chiedendomi se papà abbia pensato a me, quando è morto prima di tornare in carcere?
E il tempo trascorre mentre cerco i miei ricordi felici, chissà dove li ho nascosti… Li ho perduti quando mi sono accorto che in nessuno c’eravate voi.”

Dal diario di un bimbo sperduto

Di bimbi sperduti ne esistono ancora, purtroppo..dentro e fuori le nostre comunità.
Chissà cosa scriverebbero se sapessero nominare ciò che sentono muoversi dentro di loro.

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Muri o scale?

Non vi ricorda il nostro lavoro?

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Insegnare ed educare gli adolescenti

Nel nostro lavoro è importante ritagliarsi degli spazi per continuare a formarsi. Il tram tram quotidiano, infatti, ci fa ristagnare, non ci permette di cambiare sguardo e quindi di adottare un approccio diverso. Allora allontanare i nostri occhi per un attimo da ciò che viviamo e sperimentiamo ogni giorno può aiutarci ad arricchirci di nuovi significati, a non dare mai nulla per scontato, a continuare a crescere e migliorare, ad uscire fuori da sé stessi ed incontrare veramente gli altri. Il tempo però è sempre tiranno e sono pochi tra noi quelli che possono permettersi di partecipare ad incontri, corsi o conferenze e chi più ne ha più ne metta.

Vi propongo però, se avete la possibilità di ritagliarvi un paio d’ore (ma ne vale la pena credetemi), di ascoltare questa interessante conferenza sull’educazione e gli adolescenti, tenuta a Torino qualche anno fa da Alessandro D’Avenia, un professore, scrittore e sceneggiatore palermitano che insegna Lettere al Collegio San Carlo di Milano, autore del famoso romanzo  “Bianca come il latte, rossa come il sangue”.

Qui di seguito vi ho trascritto alcuni brevi stralci:

“Si educa quando i ragazzi vedono nei nostri cuori gli amori che noi abbiamo. Gli insegnanti dovrebbero portare in classe i loro amori non i loro umori: i primi cambiano la vita ai ragazzi, i secondi la rovinano.

[..] Avere 16 anni 17 anni è fondamentalmente porre una grande domanda agli adulti che popolano il mondo: “tu ci sei o ci fai? Perché siccome devo trovare gli ingredienti per giocarmela questa vita devo capire se tu sei uno che vale la pena ascoltare oppure no”. E i ragazzi questo lo sanno fare in una maniera straordinaria. Noi diciamo che loro sono dei “provocatori”, mai parola è stata più vera, perché provocare vuol dire chiamare una persona a difendersi, a difendere la propria identità. Se io non so spiegare perché ho dedicato la mia vita al latino, come faccio a insegnare latino? Se io non so spiegare perchè Dante ha cambiato la mia vita, come faccio a insegnare Dante? Se la scrittura non cambia la mia vita, come faccio a insegnare a scrivere?
Allora credo che l’importante sia questo: io mi sto mettendo in gioco in prima persona?
Perché a parole non si educa, non servono le parole. Puoi dire una cosa un milione di volte, non funziona. Basta però un pianto di un insegnante a far cambiare la vita di un ragazzino di 9 anni.

[..] La vita si incarica attraverso i suoi testimoni più veri, più grandi, di farti questa trasfusione di sangue, perché tu capisci che la tua vita è forte, è grande, è bella perché voluta. È questo sguardo che dovremmo provare a trasmettere ragazzi e che a volte invece non riusciamo a trasmettere.

Dobbiamo dire ai ragazzi che sono belli, perché è la verità. Non perché facciamo un gioco delle parti, ma perché la loro vita è dentro di loro grande, libera, bella. Perché non gliela abbiamo data noi, per fortuna, a noi è affidata. A noi insegnanti i ragazzi sono affidati e quando loro percepiscono questo sguardo, questo li libera.
Allora educare mi sembra che abbia una chiave di volta, possa funzionare quando li portiamo sulla soglia della Libertà.
Libertà è decidere per cosa giocarsi la vita e bisogna portare questi ragazzi a questa soglia qui. La noia è il loro più grande alleato, perché quando si annoiano scoprono che la loro vita è vuota, c’è una libertà che non viene messa in gioco. Allora è importante che noi portiamo in casa, in classe, le differenze. Perché il massacro culturale che sta avvenendo in questo momento è che in una società relativista non ci sono più differenze tra le cose. La mancanza di differenza genera indifferenti.
Se loro impegnano la libertà capiscono come uscire dalla monotonia di una vita piena di cose, ma vuota di essere e identità. Allora si passa alla seconda fase, che è quella di costituire dentro di sé, in quella intimità che si sta formando nell’età fatta per questo, il centro di gravità che è la forza di ognuno di noi, che si scopre proprio durante l’adolescenza. Che età fantastica! Invece oggi sembra che la vogliamo rendere adulta subito questa adolescenza. Gli adolescenti devono fare gli adolescenti e devono vivere l’adolescenza alla grande, facendo gli adolescenti”